Letizia Fornasieri ritorna alla galleria Lawrence Rubin con un’esposizione che raccoglie la selezione dei suoi lavori più recenti. Si tratta di vedute urbane e di figure dipinte ad olio su tavola e su carta. In galleria sarà anche montata la grande installazione sul tema del terrorismo in Israele che Letizia Fornasieri ha costruito nel suo atelier nel corso di questi mesi mettendo insieme disegni, appunti, ritagli e fotografie.
A cura di Luca Beatrice, con i contributi di Luca Doninelli e Aurelio Picca, sarà disponibile un volume con un’antologia delle opere più significative di Letizia Fornasieri dal 1980 a oggi e immagini che ritraggono l’artista nella sua vita familiare e professionale.
Letizia Fornasieri è nata a Milano nel 1955. Diplomata all’accademia di Brera ha iniziato a esporre nel 1981 partecipando al premio San Fedele e nella stessa galleria ha tenuto la sua prima mostra nel 1987. Del ricco curriculum dell’artista ricordiamo che nel 1995 ha partecipato alla mostra Cento Artisti per la città al Museo della Permanente di Milano e che sue opere di carattere religioso sono collocate in alcune chiese lombarde.
Nel 1995 ha vinto il premio di pittura Carlo Dalla Zorza e in seguito ha tenuto una personale alla
Galleria Ponte Rosso di Milano. Nel 1997 ha tenuto una mostra personale alla Galleria San Fedele presentata da Rossana Bossaglia che tre anni più tardi ha curato una personale dell’artista alla Galleria Lawrence Rubin.
Di lei hanno scritto Giorgio Mascherpa, Rossana Bossaglia, Paolo Biscottini, Cecilia De Carli, Luca Doninelli, Aurelio Picca e Elena Pontiggia.
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Dentro, fuori, lontano
Luca Beatrice
Ai frequentatori dell’ambiente artistico milanese degli ultimi anni sarà certo capitato di incontrare la pittura di Letizia Fornasieri: tanto appartata quanto talentuosa, tanto silenziosa quanto caparbia. Agli altri, e sono la maggior parte, non dovrebbe più sfuggire l’occasione di verificare, senza alcun pregiudizio pregresso, l’opera di un’artista che continua a dimostrarsi un’inquieta sperimentatrice pur muovendosi all’interno di una figurazione ben ancorata alla tradizione pre-avanguardista e alla stagione d’oro del primo Novecento italiano.
La pittura è un linguaggio lento, da affrontare con tempi dilatatati che si distinguono dalla gran corsa del reale quotidiano, una tecnica che matura senza eccessiva fretta ma che, prima o poi, può giungere a traguardi veramente notevoli.
Sono quasi due decenni che Letizia Fornasieri dipinge oscillando tra dentro e fuori. Il dentro riguarda la contemplazione di una stanza chiusa, l’osservazione minuziosa degli oggetti, il soffermarsi su angoli in penombra, il ritrarre (e il ritrarsi) all’interno di una situazione domestica, familiare, in apparenza rassicurante. Tutte poetiche ben presenti in altri linguaggi, ad esempio nella fotografia, che invece la pittura ha schivato come per pudore e solo oggi, dopo essersi affrancata dall’eroismo degli anni ’80 e dal neo-giovanilismo dei ’90, sta considerando con più attenzione. Ma la modernità della pittura non risiede soltanto nel soggetto o nel tema, poiché c’è un modo di farsi leggere con occhi attuali anche tratteggiando cose banali e ordinarie. Girasole (1984), una delle prime tavole di Fornasieri, sovrappone alla semplicità del fiore reciso un sapere già maturo, un’applicazione consapevole di una ricetta coloristica e formale che colpisce lo sguardo smaliziato pur nell’immediatezza iconografica. Di lì a poco si definisce il dentro dell’artista, questo spazio interno che lei esplora attentamente mescolando oggettività e autobiografismo, lucido senso della realtà e trasporto poetico, intimismo e sofferenza. Se da una parte il dentro è luogo privato, la casa come nido che ripara dalla storia (parafrasando il poeta Pascoli), dall’altra è territorio di tensioni, interrogativi, condivisione quotidiana con il dolore. Per anni Fornasieri ha posto sotto la lente d’ingrandimento questo spazio, angolo dopo angolo, particolare dopo particolare: ne sono venuti fuori altri fiori e piccole nature morte, stanze viste di scorcio e corridoi al semibuio, semplici sedie e tavoli con su posati gli attrezzi della pittura. Abituata a guardare nell’immediato attorno a sé, ha cominciato un progressivo svelamento della propria interiorità, dai toni sommessi e insieme impietosi nei confronti del proprio Io. Quell’insinuante atmosfera gozzaniana, un po’ fané, deliberatamente fuori moda che possono suscitare toni cromatici e campiture gestuali, è in realtà un lento avvicinarsi al momento della verità, costruito come una sequenza cinematografica, quindi oltre la semplice dimensione pittorica, in una mise-en-scéne drammatica che ha qualcosa di ibseniano e anche di neorealista, perciò molto radicato nella cultura visiva italiana. Da tempo Letizia parla di sé attraverso gli oggetti, e particolarmente intensi sono i quadri del Dentifricio e la Tazza a pois del 1999-2000 dove la tavolozza si è ridotta nella dominante di un azzurro plumbeo anticipando le soluzioni odierne, ulteriormente minimalizzate verso il bianco. Da tempo Fornasieri ha introdotto quella sorta di persona alter-ego, la sorella Annetta, coprotagonista del dentro, l’altra che condivide lo stesso spazio domestico e quotidiano. Una storia che potrebbe apparire drammatica e impietosa si trasforma nel momento più alto dell’arte di Fornasieri: sapere guardare le cose con gli occhi dell’Altro, cogliere la semplicità dei gesti iterati all’ossessione come unico modo di comunicare con il mondo, assumersi la responsabilità di rendere sublime un dolore. L’ultimo ritratto, Annetta con la palla rossa (2002), è un’opera bellissima dove forse per la prima volta il viso della ragazza è colto di fronte in tutta la sua drammatica evidenza, e dove si mette a punto uno stile molto maturo e sintetico a levare le maniere più descrittive della pittura per renderla pura essenza su uno sfondo bianco e leggero con i tratti del disegno a vista per non celare la volontà di un non finito che rende appieno il senso di precarietà e di incertezza dell’umano esistere. Alla fine degli anni ’60 Gino De Dominicis aveva stupito e scandalizzato il mondo dell’arte esponendo alla Biennale di Venezia un ragazzo down. A Letizia questo non interessa, ma il suo mettere in scena la drammaticità del proprio vissuto, dentro la tradizione della pittura di ritratto, aulica per definizione, è qualcosa che riguarda più l’amore che il coraggio, più il desiderio di conoscersi che quello di farsi notare.
Un certo momento le finestre della stanza si sono aperte e lo sguardo si è trasferito fuori, in quel coacervo di immagini, colori, suoni e rumori che è la città. Dapprima solo scostando le tende (Finestra con pioggia, 1988, Via Jommelli blu, 1990), poi uscendo dalla porta e affrontando l’esterno con altrettanta familiarità e confidenza dell’interno. Fornasieri è pittrice milanese che conosce i climi e gli umori del “suo” luogo, ne carpisce i sentimenti e gli stati d’animo, è capace di raccontarne quel particolare modo di essere che la rende tutto sommato unica. Così differente dalle atmosfere delle città d’arte che devono fare i conti con la persistenza dell’antico, Milano è l’unica metropoli italiana, un tutto moderno in cui il centro e la periferia sono concetti mutabili compenetrati l’uno nell’altro, dove il grigio non è un colore sordo ma la risultanza della fusione di gamme cromatiche infinite. La Milano della Bovisa e di Giovanni Testori, del cabaret e dello struscio in Montenapoleone, di tanta gente che passa e prende il metrò, degli ingorghi stradali nei pressi di piazzale Loreto, dell’indecifrabile eclettismo architettonico e del costante desiderio di comunicare con il mondo, Milano un po’ provincia e un po’ Shangai, Navigli e Blade Runner, piogge acide e vecchi tram arancio ancora in funzione. Letizia non tratta questo materiale con enfasi, come fa molta arte recente esaltata dal metropolitanismo borderline e tribale, ma evidenzia il grado di familiarità con il fuori, considerandolo allo stesso modo che il dentro. In particolare le opere più recenti (es. Tramino, 1999, Filovia, 2000 o Autobus che curva, 2002) sono quadri che suonano, rumorosi come i capolavori dei Futuristi, capaci di restituire particolari e frammenti di vita quotidiana, quel che di più rilevante passa dallo sguardo alla mente, con un sincero trasporto ma sotto la lente dell’oggettività. Fenomenologia dell’essere, la poetica di Fornasieri gira su questa ideologia dello spazio, l’unità di misura dell’individuo che, sommata a quella degli altri, dà luogo all’insieme misterioso e talora imperscrutabile.
Poi. Il desiderio di esserci e di tentare di dirsi i perché delle cose ha viaggiato lontano. Fuori, via da casa, chilometri e chilometri in là dalla propria città e dalle proprie appartenenze. Letizia è riservata ma non si è mai nascosta, non ha gridato ma ha detto le sue idee sul mondo attraverso la pittura. La stanza non è un comodo spazio dove nascondersi, Milano è il luogo che l’ha fatta nascere e che ama, ma non il solo sulla terra. Ogni volta che ha dipinto l’interno della sua casa o il tram dove condividere pochi centimetri di spazio, stretti e pigiati contro persone sconosciute e volti anonimi, Letizia ha pensato che in fondo la sua pittura dovesse “dire qualcosa”, esserci, affermare una propria identità e una propria differenza. Poiché l’arte e la cultura misurano il grado di civiltà di un popolo, l’artista sa se e quando è necessario prendersi adeguate responsabilità. C’è dunque oggi un nuovo lavoro germinato da tracce disseminate negli anni (le immagini di Gesù Cristo o le rappresentazioni del leader israeliano Rabin) il cui soggetto è la tragedia di Israele e Palestina, non soltanto il drammatico teatro del sangue e dei massacri ma in fondo la metafora di un mondo che non riesce più a reggersi su un equilibrio così precario. Come d’abitudine l’artista osserva e non giudica: in un angolo del suo studio accumula carte, schizzi, progetti, fotografie, ritagli di giornali, parole e questo, per incanto e per necessità, è diventato la sua ultima opera . Dove gli autobus sventrati sembrano vele al vento, goffi albatri che non riescono più a volare, work in progress di un dramma bastardo, chissà se finisce, chissà quando finirà.
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Letizia Fornasieri. La città,gli uomini.
di Elena Pontiggia
I paesaggi urbani di Letizia Fornasieri sono una cronaca inaspettata, insieme compassionevole e aspra, della città e della sua vita,delle persone che la abitano e dei ritmi che la scandiscono.
Letizia lavora da tempo a definire un’immagine della metropoli contemporanea. I dipinti di Letizia, però, non cercano nella realtà solo quello che si vede. Cercano soprattutto quello che non si vede. Così le sue opere ci mostrano frutti e piante grasse,strade e tram,oggetti d’uso comune e dettagli senza storia. Ma muovono dall’ idea che quei frutti e quei tram,come tutte le cose,siano l’apparenza (o l’apparizione) di un mistero più vasto di cui ci sfuggono i confini, impegnati come siamo a usarle,quelle cose,senza avere il tempo di pensarci.
Quando Letizia dipinge le vie congestionate dal traffico,la scala che esce minacciosa dai sottopassaggi della metropolitana o i semafori affastellati come mostruosi mazzi di fiori,non ha in mente una denuncia sociale. Tutto questo si può anche leggere nella sua pittura, ma certo non le basta. Quello che vuole raccontarci, invece,è una quotidianità carica di presenze, di rimandi,insomma di una dimensione metafisica.
La sua figurazione storta, angolosa, ammaccata ci ricorda, senza indorare la pillola,che la vita è faticosa. Anche la sua volumetria, massiccia e insistita,non lascia dubbi sul fatto che ogni cosa abbia un peso e sia un peso. Le sue angolature pericolanti,le sue prospettive concitate ci fanno urtare,più che contemplare,i soggetti
che dipinge. Ma poi ci sono i suoi colori, accesi e teneri,abbaglianti anche quando sono disagiati,a insegnarci che,per trovare la luce (in tutti i sensi) non occorre andare lontano. Anche un tram in ritardo,che avanza a colpi di clacson e di improperi tra i catorci delle macchine,può squarciare il velo di grigio dell’ esistenza cittadina,anzi dell’esistenza. E apparirci lucente come un arancio,come un miracolo.
Qualcosa di simile accade anche per le visioni di figure che si ritrovano in molti lavori recenti dell’artista: persone sorprese sulla metropolitana o mentre camminano per la strada,ragazzi che giocano, figure ferme davanti a una saracinesca o in altre situazioni ancora.
Quello che interessa è lo sguardo che Letizia posa su di loro. Non si sofferma,come sarebbe più prevedibile, sul volto,sulla fisionomia, sull’espressione di uomini e donne, ma sui loro gesti:gesti semplici, compiuti forse senza neanche rendersene conto (aprire un libro, appoggiarsi a una maniglia, camminare) e che invece ci rivelano più di altri indizi la realtà di un’esistenza.
Che cosa vuol dirci Letizia con questi particolari sghembi e dimessi, apparentemente trascurabili? Intanto insegnarci a osservare. Siamo così abituati a classificare,a definire, a etichettare quello che vediamo (e tutta la nostra filosofia,tutte le nostre ideologie non hanno sempre cercato di definire l’uomo? Spesso finendo per teorizzare un uomo ideale che non è mai esistito),che ci dimentichiamo quanto sia concreta l’umanità che abbiamo davanti.
Letizia non procede per teorie,per ideologie. Le persone che dipinge sono,anche,una mano,un braccio,una porzione di corpo,un respiro. E in questa visione “dal basso”,che sa catturare un momento di vita vissuta senza le maschere della psicologia, c’è la consapevolezza che le cose esistono in quanto agiscono, operano. Perché la vita non è fatta di gesta,ma di gesti.
L’essere,insomma, non è un’idea,è un fatto. E non c’è niente di più disumano che dimenticarselo.
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